È dal 1946 che in Italia, il 25 aprile, si festeggia “la totale liberazione del territorio italiano dall’occupazione nazifascista”.
Per decenni, sia a livello istituzionale che sui libri di storia, il contributo delle donne alla Resistenza non è mai stato adeguatamente riconosciuto, scontando una visione per cui anche la lotta di liberazione era declinata al maschile.
Il fenomeno è noto come “Resistenza taciuta” e solo negli ultimi anni il ruolo delle donne partigiane è stato valorizzato come merita, grazie anche a una serie di libri importanti, quali “La Resistenza delle donne”, di Benedetta Tobagi, vincitore del Premio Campiello 2023.
Eppure sia nelle istituzioni, pensiamo alla prima Presidente della Camera Nilde Iotti, che nelle lettere, molte erano le donne con trascorsi nella Resistenza: Oriana Fallaci nei suoi libri ha sempre raccontato con molta fierezza il suo ruolo di piccola staffetta partigiana
I compiti ricoperti dalle donne nella Resistenza
I compiti ricoperti dalle donne nella Resistenza furono molti e variegati: fondarono squadre di primo soccorso per aiutare i feriti e gli ammalati, contribuirono alla raccolta di indumenti, cibo e medicinali, si occuparono dell’identificazione dei cadaveri e dell’assistenza ai familiari dei caduti.
Le donne non si limitarono però a cucinare, lavare, cucire e assistere i feriti ma – spesso con iniziali e decise resistenze da parte degli uomini – partecipavano alle riunioni portando il loro contributo politico e organizzativo e divenendo anche vere e proprie combattenti.
Ma se c’è un’immagine che più di tutte viene alla mente quando si parla di donne e Resistenza è quella delle giovani ragazze in bicicletta: le staffette partigiane.
Le staffette erano quasi sempre ragazzine – talvolta bambine, come Oriana Fallaci, appunto – perché la loro giovane età faceva sì che destassero meno sospetti e non venissero quindi fermate ai posti di blocco. Queste ragazzine avevano il compito di mantenere i collegamenti tra le varie brigate partigiane e tra i partigiani e le loro famiglie, portare indumenti, cibo e medicinali, tenendo i contatti con i medici per la cura dei feriti.

Correvano rischi enormi: non erano armate e dovevano passare il più possibile inosservate, indossando abiti comuni e utilizzando borse con il doppio fondo, percorrendo chilometri e chilometri in bicicletta o a piedi, su strade di montagna, estate e inverno, sotto i bombardamenti, con il pericolo ogni volta di cadere nelle mani dei nazifascisti e subire stupri e violenze di ogni genere.
Le donne partigiane hanno pagato il prezzo della lotta esattamente come gli uomini. A parlare sono i numeri: 4500 arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti; 2750 deportate nei campi di concentramento in Germania; 623 fucilate o cadute in battaglia, nemmeno quantificabili gli stupri. Il loro sacrificio non dovrà più essere dimenticato.